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Cosa non fa uno psicoanalista?


Non fare niente vuol dire fare tanto.


Sembra un'affermazione paradossale eppure, nella sua incredibilità, c'è del vero.

Questo pensiero scritto nasce dall'urgenza di dover mettere alcune cose in chiaro, soprattutto dopo aver avuto modo di raccogliere alcune testimonianze di pazienti in cura presso altri colleghi con approcci sicuramente distanti dalla psicoanalisi. Mi è sembrato di cogliere un filo conduttore in queste testimonianze che evidenzia alcuni punti dai quali è preferibile però tenersi ben distanti per evitare di agire non più in virtù del bene del paziente ma per un senso di impotenza difronte al malessere dell'altro o, ancora peggio, per l'intolleranza alla frustrazione di non sapere cosa dire o cosa fare.


  1. Lo psicoanalista non si mette nel posto di colui che possiede il sapere. Chiaramente il rapporto tra medico-paziente nasce da un preciso presupposto: lui (il medico) sa cosa mi fa stare male e quindi sa come fare per curarmi. Lo stesso accade nel campo psicoterapeutico. Il paziente che si rivolge allo psicologo ha nel suo immaginario che l'altro sia il depositario di un sapere che lo riguardi intimamente, una verità che sveli l'origine del suo malessere e che possa mettere la parola fine alla sofferenza. Questo posto speciale in cui viene collocato lo psicologo viene chiamato da Lacan come ''Soggetto supposto sapere''. Ripeto, è un movimento naturale che anzi se non fosse presente renderebbe impossibile il verificarsi del primo colloquio. Il compito dello psicoanalista non è quello di mantenere questo posto ma di svincolarsi e lasciarlo vuoto, sgombro, in modo da fare spazio alle parole del paziente. Non perché sia una ''tecnica'' ma semplicemente perché egli, come Socrate, sa di non sapere assolutamente nulla. Lo psicoanalista ha chiaramente un sapere, un sapere sul funzionamento dell'inconscio, un sapere datogli dalla psicoanalisi ma non un sapere sull'intimità di chi gli parla. Non gioca a fare Dio con la vita di chi gli chiede soluzioni, consigli o peggio di prendere in mano la propria esistenza. Ecco il motivo per cui si fa custode del silenzio, di un silenzio non morto ma presente e vivo che aspetta di essere riempito dalla parola piena del paziente. Molto spesso sento dire: ''lo psicologo mi ha detto che devo uscire di più'', ''la mia psicologa dice che dovrei trovarmi un nuovo fidanzato'', ''il mio terapeuta pensa che abbia un problema di relazioni''. Ecco, qui siamo davanti ad uno psicologo che sguazza nel posto del soggetto supposto sapere. Come può quindi prodursi una verità soggettiva se egli per primo non lascia vuoto quel posto che dovrebbe occupare il paziente?

  2. Lo psicoanalista non è un altro ma l'Altro. Lacan distingue chiaramente altro da Altro. Il primo è l'altro immaginario, l'altro allo specchio, l'altro con cui ci rapportiamo per la ricerca dell'Io ideale. L'altro è l'amico al quale copiamo il look, il fratello o la sorella che sono gli idoli della scuola, le immagini di un noi-futuro che vorremmo raggiungere. L'Altro invece è il tesoro dei significanti, il luogo in cui si originano e si attuano tutti quei meccanismi inconsci come la ripetizione e il transfert, in cui la pulsione viene attirata dalla figura dell'analista che diventa uno specchio però opaco. Inizialmente il terapeuta è sempre un altro ma occorre che operi un movimento affinché si possa far riconoscere come Altro. Anche il silenzio, il non rispondere alle continue domande vuote (mi pensi? sono qualcosa per te? sono importante? ti prenderai cura di me?), è un modo per sovvertire quella posizione che non naviga in direzione di una cura ma cristallizza la relazione in un ambiente immaginario, ordinario, simbolicamente vuoto. Saper mantenere ben saldo il proprio posto di Altro, di non piegarsi alle suppliche del paziente, è un esercizio tanto difficile quanto indispensabile. Ho avuto modo di leggere, tra le testimonianze, di colleghi che ''ci saranno sempre per loro'' oppure che ''sono gli unici a voler loro un autentico bene''. Anche in questo caso, la mancata riuscita terapeutica (in un futuro prossimo se non già avvenuta), è dovuta proprio dal posto sbagliato occupato dal terapeuta.


Concludiamo con ciò che ha aperto questa riflessione: non fare niente è fare molto. L'inesperienza (comprensibilissima), la mancanza di supervisione (molto meno comprensibile) o peggio l'assenza di una propria terapia personale conclusa alle spalle, porta il terapeuta a dire quella parola di troppo anziché mantenere il silenzio, a fare una serie di atti minimamente pensati (controtransferalmente) anziché rimanere immobile. Dopotutto al momento del conto chi si sentirebbe di accettare del denaro non avendo detto nulla, non avendo fatto nulla? Ci si sentirebbe come ladri a mangiare sulle spalle di chi non ha il pane. Eppure non è così e non smetterò mai di ricordare, alla fine di una seduta, le parole di un paziente durante il pagamento: ''finalmente qualcuno che sta zitto e mi lascia parlare!''. Pensate davvero che stare in silenzio e permettere all'altro di parlare quando la fuori nessuno ascolta sia qualcosa da poco?

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