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L'amore: una questione di sguardi

Quando, innamorato, chiedo uno sguardo, ciò che è fondamentalmente insoddisfacente e sempre mancato è questo: non mi guardi mai dove ti vedo io. Al contrario, ciò che guardo non è mai ciò che voglio vedere. (J. Lacan)

L'amore è un tema spinoso, se ne dice tanto e forse troppo proprio perché non se sa nulla. Il rischio è quello di cadere in futili qualunquismi e pensieri rubati dai cioccolatini. Probabilmente finirà così anche questa volta ma voglio prendermi la responsabilità del rischio. Non parleremo dell'amore nel senso più ampio e poetico ma ci limiteremo a cogliere le implicazioni del pensiero di Lacan sulla base dell'affermazione sopracitata. Premetto che non ho ben chiaro cosa voglia dire quindi navigherò a vista con la stessa audacia con la quale, anonimamente, molte persone hanno provato a dare una loro interessante interpretazione.


La parte che più mi interessa è il fenomeno dello sguardo. Non è un caso che la partita dell'amore, per Lacan, si giochi attraverso lo sguardo. Lo stesso psicoanalista francese, tanto per sottolineare l'importanza dello sguardo, affianco agli oggetti pulsionali (seno e feci) postulati da Freud ne collocherà altri due: la voce e lo sguardo. Questi ultimi due sono effettivamente fonti vitali per lo sviluppo del bambino pre-linguistico. L'incontro con la melodiosità della voce dell'Altro e della particolarità del suo sguardo contribuisce al suo ingresso all'interno del consorzio umano. Lo sguardo, però, sembra l'oggetto elevato alla grazia di trascinare l'esperienza dell'amore.


Torniamo direttamente alla nostra citazione: l'innamorato chiede uno sguardo. Chi non ne ha mai fatto esperienza? Quante volte avrete sentito dire: a noi non serve parlare, ci intendiamo con uno sguardo. Lo sguardo, silenziosamente, diventa un linguaggio quasi telepatico tra due soggetti che condividono un legame intenso. Ovviamente non parliamo di essere visti ma di essere guardati. Lo sguardo che l'innamorato chiede è uno sguardo che, illusoriamente, pretende di eclissare il panorama in cui si trova. Guarda me e solo me!


La faccenda si fa però più complessa quando Lacan aggiunge che, in questo sguardo tanto cercato, fa difetto il fatto che l'altro amato non guardi il soggetto da dove egli lo vede. Che cosa significa? Che due soggetti hanno due occhi differenti. Lo sguardo di uno non sarà mai quello dell'altra. Il soggetto non può essere guardato dal suo stesso sguardo, non può essere amato senza accorgersi del difetto strutturale dell'Altro. Ecco che diventa più chiara la fine della citazione: ciò che guardo non è mai ciò che voglio vedere. Cos'è che non vuole vedere il soggetto? Precisamente la frattura dell'Altro, la sua mancanza, la sua impossibilità a riempire il vuoto soggettivo che accompagna l'esperienza di vita dell'individuo, vuoto che non sarà mai totalmente colmabile proprio perché tale vuoto eccede l'esperienza - illusoriamente - fusionale dell'amore.


Da dove viene però questa esigenza di essere guardati dove l'innamorato guarda l'amante? Possiamo poeticamente rispondere che forse questo inaugurale incontro di sguardi nello stesso luogo avviene in un tempo mitico, un tempo in cui il bambino può esperire un estatico piacere nel vedere sé stesso riflesso negli occhi della madre, i quali coincidono esattamente nel punto in cui il soggetto (innamorato) chiede lo sguardo al suo primo grande Altro (l'amante).


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