
Viviamo in un’epoca segnata da un disagio silenzioso ma diffuso: l’ansia. Non si vede, ma si sente. Non sempre trova parole, ma spesso domina i pensieri, altera il corpo, condiziona la vita. La modernità ha ridefinito il volto della sofferenza psichica: mentre il dolore psichico tendeva un tempo ad assumere la forma della nevrosi, oggi sempre più spesso prende la strada dell’ansia. Ma cosa significa essere “ansiosi”? E, soprattutto, che cosa ci sta dicendo la nostra ansia? Nel modello psicoanalitico, l’ansia non è vista come un nemico da combattere. È piuttosto un segnale dell’inconscio, una comunicazione interrotta, un linguaggio che cerca ascolto. Freud, nei suoi primi studi, la definiva come una reazione dell’Io a una minaccia interna, spesso prodotta da impulsi rimossi o da desideri inconsci non tollerabili per la coscienza. Jacques Lacan, in una delle sue affermazioni più celebri, scrive: Questo paradosso apparentemente oscuro apre una prospettiva clinica fondamentale: l’ansia non è mai immotivata, anche quando sembra esserlo. Essa ha sempre un’origine, anche se quella origine è inconscia, sepolta, indicibile. È la reazione a qualcosa di profondo che il soggetto non può ancora rappresentare. Nella clinica contemporanea, l’ansia è uno dei sintomi più frequenti. Essa può manifestarsi attraverso: Spesso, dietro questi sintomi si nasconde un vissuto profondo di insicurezza identitaria, vergogna, senso di inadeguatezza, oppure un’antica ferita relazionale rimossa dalla coscienza. In questo senso, l’ansia è un sintomo che “parla”, e la psicoanalisi è il luogo dove quel parlare può avvenire in sicurezza e libertà. Matteo (nome di fantasia), 28 anni, arriva in studio con un sintomo ricorrente: attacchi di ansia notturni. Nulla di “oggettivo” sembra giustificare il disagio: ha un buon lavoro, una relazione stabile, una rete sociale presente. Eppure, la notte si sveglia con tachicardia, sudorazione, paura di impazzire o morire. Durante il lavoro analitico, emergono lentamente ricordi dell’infanzia: un padre severo ma affettuoso solo a tratti, una madre presente ma assorbita dalle sue preoccupazioni. Matteo ha imparato a “funzionare bene”, ma a non sentire. L’ansia, nella sua vita adulta, è diventata il modo in cui il suo mondo affettivo negato cerca di emergere. È un grido non ascoltato. Attraverso la relazione analitica, Matteo inizia a dar parola a quelle emozioni sospese. Il sintomo cala di intensità non perché viene “curato”, ma perché viene compreso. La psicoanalisi non offre soluzioni rapide, ma trasformazioni profonde. Non propone tecniche di rilassamento o strategie comportamentali — pur rispettandone il valore — ma lavora sul significato. In seduta si costruisce uno spazio simbolico, dove il sintomo può essere esplorato, compreso, raccontato. Il trattamento mira a: Viviamo in una società che ci chiede velocità, efficienza, controllo. Il tempo per elaborare, sentire, sostare nel dubbio è spesso negato. L’ansia diventa la risposta psichica a una realtà che non lascia spazio al desiderio, all’incertezza, alla vulnerabilità. Come scrive lo psicoanalista Massimo Recalcati: La cura dell’ansia, allora, passa per il riconoscimento di quel desiderio, spesso rimosso o deformato. Se stai vivendo un periodo in cui l’ansia ti impedisce di vivere pienamente, forse non si tratta solo di “eliminarla”, ma di ascoltarla. Il mio lavoro come psicoterapeuta psicoanalitico è quello di accompagnare le persone in un percorso dove i sintomi non sono ostacoli, ma tracce da seguire. Ricevo nel mio studio privato a San Benedetto del Tronto e offro anche consulenze online. 👉 Per richiedere un primo colloquio o avere maggiori informazioni: 📧 dott.riveragarciaandres@gmail.com 📞 +39 392 13 28 432Una lettura psicoanalitica dell’ansia e del suo significato profondo
L’ansia non è il problema, ma un segnale
La maschera moderna del disagio
Un caso clinico: l’ansia come eredità emotiva
L’approccio psicoanalitico all’ansia
Perché oggi siamo più ansiosi?
Lavorare sull’ansia significa lavorare su di sé
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